Suore del Preziosissimo Sangue

Via Lecco 6_Monza

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Scritto da Administrator   
Giovedì 08 Luglio 2010 00:00

 

 

Alfonsa Clerici nacque il 14 febbraio 1860 a Lainate (Milano), la prima dei dieci figli di Angelo Clerici e Maria Romanò.
La piccola Alfonsa fu battezzata nella chiesa S. Vittore Martire di Lainate il giorno dopo la nascita, il 15 febbraio 1860, dal parroco don Francesco Spreafico.
Era la primogenita di una coppia di «umili, ma onestissimi e religiosi contadini, che guadagnavano il pane quoti­diano con la fatica e il frutto del loro lavoro»; erano anche  molto  religiosi e la chiamata di Dio in casa Clerici si manifestò anche in altri tre suoi fratelli che divennero religiosi: due barnabiti, Prospero e Ildefonso, e la sorella Bonaventura, che diventerà una Suora del Preziosissimo Sangue.
Nella sua infanzia fu "delicata e graziosa, di carattere dolcissimo, sensibile alla pietà, pieghevole all'obbedienza”.
Un' esperienza dolorosa, già da quando aveva sei anni, è stata la morte in famiglia: infatti, quattro sue sorelle morirono in tenera età.
All'età di otto anni, il 6 ottobre 1868, nella chiesa prepositurale di S. Stefano, in Nerviano, ricevette la Cresima da Sua Eccellenza mons. Luigi Nazari di Calabiana, arcivescovo di Milano; non si conosce, invece, la data della prima Comunione, ma tenuto conto della prassi allora vigen­te, si può ipotizzare che l'abbia ricevuta tra il 1870 e il 1872.
In questo periodo della sua fanciullezza è da notare la "fuga" da ca­sa, in una sera d'estate, verso il vicino Santuario di Rho, a quattro chilometri da Lainate. Alla contadina che, stupita di vederla per strada a quell'ora del giorno, così piccola e così sola, le chiese dove era diretta, Alfonsa ri­spose: "Al Santuario, a dire le preghiere".

La prima istruzione la ricevette sicuramente già a casa, dal momen­to che il padre Angelo Clerici nelle sere d'inverno, insegnava ai contadini e ai figli gli elementi di lingua e di aritmetica. Quindi frequentò la scuola elementare, in Lainate.
Ultimata la for­mazione elementare, "considerata la sua spiccata inclinazione allo stu­dio",  a quindici anni (nel 1875), su interessamento di una zia materna, signora Giuseppina Romano, "fu iscritta al Collegio delle Suore del Preziosissimo San­gue, a Monza, per conseguire il diploma di Maestra".
Suor Alfonsa rimase in Collegio fino al 1878; tra il 1878 e il 1879, consegui il diploma di Maestra di grado superiore. Dal 1880 al 1883, inse­gnò nella Classe prima maschile della Scuola Comunale di Lainate.
Durante gli anni di Collegio, la giovane Alfonsa ebbe modo di chia­rire a se stessa e alla famiglia la propria vocazione alla vita religiosa. Pri­ma di decidere di andare in convento,  parlò anzitutto con la zia Giuseppina, la stessa che l'aveva voluta a Monza a studiare.  
Suor Alfonsa, quindi, non entrò in convento subito dopo gli studi e durante l'insegnamento a Lainate, per quattro anni, cercò di aiutare la famiglia anche economicamente.

Il 15 agosto 1883, nonostante le costasse molto lasciare la famiglia, si recò a Monza, lasciando definitivamente Lainate ed entrò tra le suore del Preziosissimo Sangue.
Nell'agosto 1884 vestì l'abito religioso, iniziando il noviziato
Alla professione fu ammessa sottolineando la sua "semplicità, attività e obbedienza". Mons. Gaetano Annoni dopo l'esame canonico trovò la novizia "ferma e risoluta nella vocazione
Il 7 settembre 1886 quando conta 26 anni e mezzo, emise i voti temporanei. A suo fratello Prospero, che in quel medesimo anno fece la pro­fessione religiosa tra i Barnabiti, scrisse:

«Diamoci la mano dunque per salire al Calvario, ed io che ho l'onore di por­tare il nome di Suora del Preziosissimo Sangue, io sarò contenta ove più vi sarà di sacrificio, sarò contenta di spargere il sangue della volontà, dell'amor proprio»

Qualche settimana prima an­che la sorella Bonaventura, era entrata nella Congregazione delle Suore del Preziosissimo Sangue.
Dopo la professione si dedicò all'attività di insegnante nel Collegio di Monza: dal 1887-1889 la vediamo come insegnante, diventando il 18 ottobre 1898  Vice-Direttrice del medesimo e il 22 novembre dello stesso anno, Diret­trice.
Il suo compito era seguire le educande nello studio, accompagnarle nelle uscite, preparare le feste, rappresentare l'Istituto nelle circo­stanze ufficiali.
Nel 1906 l'Istituto attraversò un grave periodo di crisi a causa di alcune imprudenze nella gestione economica. Suor Alfonsa  mediante le sue doti di saggezza e prudenza, svolse un «ruolo determinante per la soluzione della crisi che sfociò in una vera e pro­pria rifondazione dell'Istituto», lo  riteneva infatti, come ella stessa scrisse al Card. Ferrari, che si trattava di "una Comunità da riordinare, da riformare, ma non da disperdere”. 

Dal 20 novembre 1911 suor Alfonsa fu a Vercelli, ove rimase per diciannove anni, fino alla fine del­la sua vita.
Il «Ritiro della Provvidenza» di Vercelli era stato fondato intorno al 1840 da Salvatore e Paolo Montagnini, sacerdoti vercellesi che alla non comune spiritualità e cultura unirono una significativa sensibilità ai problemi sociali della loro città. Lo scopo dell'Istituto era l'educazione delle giova­ni, con assoluta preferenza per quelle povere e con precarie situa­zioni familiari.
In quali­tà di direttrice, fu incaricata della guida dell'Istituto della Provvidenza. Le Suore del Preziosissimo Sangue era­no state chiamate dal Consiglio di Amministrazione per ridare vitalità a una realtà scolastico-assistenziale in difficoltà, a condizione però "di con­servare e mantenere tutto il personale già operante nell'Istituto”.
La richiesta delle suore per il «Ritiro» di Vercelli era stata accettata subito, perché l'opera era in sintonia con le finalità educative della Congregazione, nonostante l'intui­zione della «difficile posizione» nella quale le suore si sarebbero trovate. Questa sobria annotazione nelle Cronache della Congregazione trovò una  conferma di gran lunga superiore alle previsioni; le difficoltà erano anzitutto di carattere amministrativo e il problema più delicato era tuttavia il riordinamento interno dell'Istituto: le suore erano state chiamate a Vercelli dall'Arcivescovo, Mons. Teodoro Valfrè di Bonzo, per succedere nella dire­zione dell'Istituto ad alcune Maestre laiche che, avendo speso in quel servizio tutte le energie giovanili, non erano più in grado di sostenerne da sole la gestione.
L'adattamento con le maestre laiche ivi operanti, il cui mantenimento in servizio era stato richiesto dal Consi­glio di Amministrazione locale, non fu cosa semplice. Nonostante qualche comprensibile attrito,  suor Alfonsa contribuì a creare nel Collegio un'atmosfera serena: era profondamente amata dalle educande, che seppe sapientemente formare sul piano spirituale, umano e culturale.
A Vercelli, tutta la vita spirituale della Serva di Dio si raccoglie a poco a poco intorno all'obbedienza che la introduce più intimamente nel mistero di Cristo, dalla sua umiliazione nell'Incarnazio­ne, alla sua condivisione con gli uomini, alla sua immolazione per la gloria del Padre e la salvezza del mondo. Gli anni di Vercelli, che sono poi quelli conclusivi della sua vicenda terre­na, sono dominati da una sapiente ed esigente pedagogia divi­na, alla quale Suor Alfonsa si abbandona con umile docilità, la­sciando spazi sempre più ampi all'azione dello Spirito Santo.

«La grazia che vi domando oggi, o Santissima Trinità, - pregava Suor Alfonsa la sera della sua prima giornata a Vercelli - è di es­sere strumento di Dio nella direzione dell'Istituto, in maniera che le mie parole, le opere, il contegno, i rimproveri, i castighi, le correzioni, siano di edificazione e di sprone per condurre le ani­me al vostro amore»

Suor Alfonsa non mette mai in discussione la sua permanenza a Vercelli, ricomincia ogni giorno, rinnovando il suo abbandono e la sua fede nell'obbedienza: «

«Vedo le care Maestre infaticabili nel dovere e le figliuole prontamente obbedire, così le mie suore contente e liete passano i giorni nella casa che la Provvidenza ci ha preparato» - così scrive Suor Alfonsa al presidente del Consi­glio di amministrazione dell'Istituto, durante una sua assenza; sembra (e lo è) una visione ideale, una situazione guardata col cuore e in una dimensione di fede.
Pur nelle situazioni più difficili, suor Alfonsa non perse mai di vi­sta che la dimensione più importante era l'educazione delle giovani ospiti dell'Istituto. Anche per questo non fece mai rivendicazioni perso­nali, lasciò correre, accettò umiliazioni, contrasti, critiche, accu­se e cercò di mirare sempre all'essenziale, al fine per il quale era stata chiamata a Vercelli. Di lei e degli anni trascorsi al «Ritiro» tutte le sue ex alunne conservano un ricor­do affettuoso e commosso; «Per le sue figliole era una vera mamma; se sbagliavano, aveva una dolcezza nel riprenderle che non ebbe mai superiora alcuna; se veni­vano castigate, private della merenda o di altro, essa intercedeva presso le Maestre per ottenere loro il perdono, scusando la vivaci­tà del carattere se il castigo era dovuto a parole o ad atti sgarbati, attribuendo a malessere la svogliatezza rimproverata nel lavoro. Ciascuna aveva la sicurezza di essere la privilegiata della Madre, per i molti riguardi che usava.., scoprendo poi che anche le altre allieve si ritenevano, ciascuna per la sua parte, delle privilegiate. Quello che edificava maggiormente era la sua grande bontà verso tutte, anche con quelle che le davano dei dispiaceri»
L'impegno educativo della Serva di Dio non si limitò infatti ad una specie di assistenza "pietosa" a fanciulle povere e culturalmente poco favorite, ma si tradusse in proposte e iniziative di ogni genere, sul piano religioso, spirituale, culturale per la loro autentica e il più possibile completa promozione umana e cri­stiana».
Suor Alfonsa viveva una preghiera molto intensa e profonda, e, proprio da questa fedeltà traeva  la    grazia di un quotidiano dimenticarsi e morire in un servizio non solo poco gratificante, ma anche carico di difficoltà e di problemi non facilmente risolvibili.
La costante comunione con Dio la rendeva buona e amabile sem­pre: «Suor Alfonsa era davvero un'anima santa, sempre serena, affabile e piena di bontà con tutti e in tutto.., recava nel volto ascetico e negli occhi dolcissimi la traccia della continua presen­za di Dio nell'anima sua.
Si rispecchiava in lei la carità di Cristo, la carità dei santi, che in tutti vede Gesù, che si priva di tutto pur di fare del bene al prossi­mo.   Quante persone avvilite e in procinto di perdersi furono da lei salvate e messe sulla via della fede e della speranza in Dio... Aveva sempre il medesimo sorriso buono, sereno, che ispirava confidenza; sia  per le ragazze all’interno dell’Istituto come per le persone che ricorrevano a lei per avere consigli, per farsi perdonare, per confidarle le loro pene e quelle delle loro fa­miglie.
Il suo modo di essere e le sue stesse rela­zioni all'interno della comunità di Vercelli sono ricordate in stretta connessione con la sua vita interiore: «La sua anima viveva in perfetta unione con Dio, perciò le sue osservazioni e i suoi richiami ci spronavano a miglio­rarci, senza determinare in noi alcun risentimento.., ci voleva ani­mate da spirito di fede nel disimpegno del nostro ufficio e deside­rava che vedessimo nelle fanciulle a noi affidate anime da condurre a Dio... »… così ricordano unanimemente le ex allieve.
«Chi rimane in me --ha detto Gesù -- porta molto frutto, perché senza di me non pote­te far nulla» (Gv. 15,5). La fecondità apostolica è in proporzione diretta con questo «restare in Cristo» che è poi lo scopo ultimo della preghiera. Anche in Suor Alfonsa, come in tutti i santi, questo cammino di identificazione con Cristo comincia con una laboriosa e spesso faticosa ricerca personale che poi si trasforma in misura sempre più rilevante in adesione al progetto divino, in abbandono, in totale obbedienza, fino a quando anche lei può di­re con verità: «non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20).  
La vita di suor Alfonsa fu molto semplice e si ridusse praticamente all'insegnamento nei collegi, prevalentemente a Monza e a Vercelli, e al servizio di carattere 'amministrativo' nella sua comunità religiosa, mansioni nella quali dovette affrontare non poche difficoltà
Nella notte tra il 12 e il 13 gennaio 1930 fu colpita da emorragia ce­rebrale: la trovarono nella sua stanza, nel suo abituale atteggiamento di preghiera, con la fronte per terra. Morì il giorno dopo, il 14 gennaio 1930 ,verso le ore 13,30. 
Il 16 gennaio vennero  celebrati i solenni funerali nel Duomo di Vercelli, seguiti da una celebrazione nel trigesimo della morte, il 16 febbraio 1930, con la partecipazione delle autorità religiose e civili di Vercelli. Tante persone parteciparono al suo funerale e la sua morte fu sentita come un lutto cittadino. Lo si intuisce dall'elogio funebre apparso sul Corriere Eusebiano, settimanale diocesano di Vercelli che, nel darne notizia nell’edizione del 16 gennaio, si fece eco della stima profonda che circondava suor Alfonsa. Elogio che mette bene in luce le motivazioni profonde della partecipazione corale a quella morte: “la Serva di Dio aveva amato quella città come sua, aveva a­mato soprattutto le molte alunne del Ritiro della Provvidenza”.

È significativo il giudizio riportato nel verbale del Consiglio di am­ministrazione del Collegio che, prendendo ufficialmente atto della morte della direttrice, affermava:
«... che Suor Clerici fosse sinceramente amata dalle alunne, passate e presenti, ne fu testimonianza l'imponente manifestazione di cordoglio in occasione dei suoi funerali».
«Martedì, 14 gennaio, alle ore 13.30, dopo brevissimo e straziante malore, si addormenta­va nella pace di Cristo, munita dai SS. Sacramenti e confortata dalla Benedizione particolare del S. Padre e di S. E. Mons. Arcivescovo Suor Alfonsa Clerici delle Suore del Preziosissimo Sangue Superiora del Ritiro di Provvidenza. Un'anima di quelle che, sorridendo sanno compiere il loro dovere fino al sacrificio; che sanno amare appassionatamente la santità della loro missione; che nel mondo nulla hanno accolto in sé, se non la sofferenza del prossimo. Suor Alfonsa è morta nell'accorato silenzio della sua casa, quasi all'improvviso, nel materno timore di addolorare trop­po le dilette consorelle e le carissime figliuole del suo Istituto. In 18 anni di operosi­tà vercellese, pur assorta nella sua quotidiana opera di carità, aveva acquistato la stima di tutti quelli (e sono molti) i quali sanno discernere le virtù evangeliche che fioriscono nelle vie più appartate della vita. Era ‘la dolce mamma di tutti’ nell'Istituto: sapeva comandare per volontà d'amore: la 'Provvidenza' viveva in un regime familiare in cui tutti - imitando la 'Madre' - avevano imparato a volersi be­ne>

«A Vercelli - aveva scritto Suor Alfonsa - neppure un'ora ci so­no rimasta di mio piacere». Avrebbe potuto essere, il suo, un ser­vizio generoso, ma portato avanti a fatica, con insofferenza, in atteggiamento di vittima (le ragioni c'erano e tante!). E’ stata invece un'oblazione pura, un'offerta di sé bruciata ogni giorno sul fuoco dell'amore. Dio l'ha accolta e l'ha trasformata in un canto.
Lei non lo sapeva, ma il suo sguardo era  fisso all'Amo­re, proprio per questo ogni suo umilissimo gesto veniva tra­sformato in amore ed era lode, profumo d'incenso al volto di Dio.
Nel 1965 la sua salma fu traslata con grande solennità dal cimitero alla Cappella dell'Istituto dove per tanti anni aveva insegnato.
La fama di santità che circondò suor Alfonsa,  si diffuse soprattutto dopo la sua morte; prevalentemente circoscritta ai luoghi dove ella aveva vissuto e operato, ma ora sta crescendo via, via in Ita­lia e all’estero.













Ultimo aggiornamento ( Giovedì 08 Luglio 2010 10:22 )
 

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